SARONNO / MASSA – In occasione dell’otto marzo, il comune di Massa, dove risiede un’altra sede della associazione La Rivincita, ha posato una panchina rossa per la sensibilizzazione alla violenza sulle donne.
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato della presidente dell’associazione saronnese La Rivincita, Carmela Federico, relativo alla disuguaglianza di genere e al femminicidio.

“C’è un momento in cui devi decidere: o sei la principessa che aspetta di essere salvata, o sei la guerriera che si salva sa sé… Io credo di aver già scelto: mi sono salvata da sola”.

Questa è la frase “forte” pronunciata da Marilyn Monroe, icona sexy per eccellenza che aveva ben compreso che la sua bellezza ed il suo ruolo, non l’avrebbero salvata e che l’unica strada per le donne è quella di salvarsi da sé.
Ed invero, solo con l’emancipazione e solo con la consapevolezza, le donne possono interrompere la spirale di violenza e di sopraffazione che sembra mai finire.
L’8 marzo di ogni anno si festeggia la “feste della donna”.
In realtà, parlare di festa della donna è improprio giacché questa giornata è dedicata al ricordo e alla riflessione su tutte quelle conquiste di tipo sociale, economiche e politiche ma anche a quelle violenze e discriminazioni di cui sono ancora vittime le donne, in ogni parte del mondo pertanto, è più corretto
parlare di “Giornata internazionale dei diritti delle donne”.

Kofi Annan, Segretario Generale della Nazioni Unite, affermava: “I diritti delle donne sono una responsabilità di tutto il genere umano; lottare contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne è un obbligo dell’umanità; il rafforzamento del potere di azione delle donne significa il progresso di tutta l’umanità”.
La donna, due date per rimarcarne i diritti: 8 marzo per celebrarla, 25 novembre per difenderla. L‘8 marzo, ricorre ogni anno per sottolineare le conquiste fatte dalle donne che non hanno sempre avuto i diritti, i piaceri, ma soprattutto la libertà che hanno ora. Tutto ciò comunque non è ancora paritario agli uomini.

Occorre tener presente di ogni piccolo gradino affinché le giovani donne di oggi, si rendano conto che i diritti che pensano e credono di avere in qualità di “esseri umani” sic et sempliciter, in realtà derivino da durissime lotte e da una lunga conquista.
In Italia, acquisire il diritto al voto, la decisione di avere o no dei figli, avere un lavoro e soprattutto un proprio reddito, oggi può sembrare “scontato” ma se andiamo a ritroso, fino agli anni ’50 del secolo scorso, bisogna ricordare che le donne dipendevano essenzialmente dal marito con cui avevano l’obbligo morale di contrarre matrimonio, il più grande obiettivo della loro vita.
Chi non era sposata,
veniva letteralmente etichettata “zitella”.
Le donne han dovuto lottare per il diritto (e non più l’obbligo) di prendere il cognome del proprio marito e quindi di essere sempre identificate con il cognome da nubile (Art 143), per conquistare il diritto all’interruzione di gravidanza e al divorzio, per la “maternità retribuita” e finalmente, il 15 febbraio 1996, esse arrivano ad altra conquista importante in quanto lo stalking e la violenza fisica, si trasformano in reato.

“Vero” che queste conquiste sono state strumentali a smuovere la coscienza ma “vero” anche che ci si chiede “quante” ancora ne serviranno per arrivare alla completa parità dei sessi…

Ci si chiede altresì, “come mai” in una civiltà che si dichiara intelligente, si debba ricorrere a leggi imposte dallo Stato e non a propria etica morale, per arrivare a riconoscere diritti e libertà alle donne, che gli uomini ne hanno sempre beneficiato.

 Il 25 Novembre “Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. 
Sempre Kofi Annan, nel 1993 affermava: “la violenza contro le donne è forse la violazione dei diritti umani più vergognosa. Essa non conosce confini né geografia, cultura o ricchezza. Fintanto che continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace”.
La giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è stata istituita partendo dall’assunto che la violenza contro le donne sia una violazione dei diritti umani.
Sul piano legale e pratico, tale violazione è di fatto una logica conseguenza della discriminazione contro le donne nonché delle persistenti disuguaglianza tra uomo e donna.
Come è noto, uno dei simboli più usati per denunciare la violenza sulle donne e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, sono le scarpe rosse “abbandonate” in tante piazze. Un simbolo ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera “Zapatos Rojos” per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise nonché per portare avanti anche la sua battaglia personale: ricordare, ogni giorno, sua sorella minore, uccisa dal compagno a soli 22 anni.

Orbene, la violenza sulle donne “prigioniere” nel lockdown costituisce una problematica ancor più grave e delicata con l’insorgere dell’emergenza epidemiologica da Covid 19 laddove già nei primi mesi del 2020, si sono cominciati a registrare un aumento dei casi di violenza contro le donne tra le mura
domestiche a causa del maggior rischio di violenza dovuto in prevalenza, al confinamento forzato – lockdown appunto- e alle difficoltà riscontrate dalle vittime nei riguardi del convivente “maltrattante”, a denunciare e rivolgersi ai servizi di supporto ad hoc.
Le donne sicuramente più esposte, sono state quelle che svolgevano di fatto i cds “lavori informali” che ovviamente, hanno perso nel periodo di quarantena e sono state costrette a lunghe e forzate permanenze in casa, tali da renderle economicamente dipendenti dai loro compagni e di qui, le maggiori difficoltà a sottrarsi alla violenza.
Questa sorta di isolamento e le oggettive difficoltà ad attivare reti di supporto, ha alimentato la “messa in atto” dell’abusante, che si sostanzia nella sua “strategia di controllo” tesa essenzialmente ad
utilizzare il controllo individuale.
Il problema dei femminicidi e della violenza sulle donne, ha radici molto antiche e solo di recente, è stato oggetto di attenzione da parte dei media e delle Istituzioni internazionali.
Sul piano internazionale ed Europeo, Cepol (l’agenzia dell’Unione Europea per la formazione delle autorità di contrasto che mette a punto, realizza e organizza corsi di formazione per forze di polizia e altri funzionari delle autorità di contrasto) ha pubblicato già nel luglio 2020, un’indagine afferente proprio l’aumento dei casi di violenza di genere nel mondo, quale logica e concreta conseguenza della pandemia.

Le Nazioni Unite, hanno definito questo fenomeno “pandemia ombra”, proprio per evidenziarne l’impatto devastante .
Sono dunque state fornite raccomandazioni e linee guida, proprio per fronteggiare le situazioni di violenza, volte a focalizzare l’esigenza di rafforzare i servizi di supporto e ospitalità per le donne.

Altro aspetto di rilevante importanza, concerne i rischi connessi ai casi di “violenza domestica assistita”, in considerevole aumento nel periodo di quarantena. In questo caso, i figli ancora piccoli,
assumono ruolo di testimoni diretti della violenza sulla propria madre, del rumore delle percosse e degli oggetti rotti, delle grida, delle minacce e degli insulti.
Vivere in questo contesto, va a minare il bisogno di sicurezza dei bambini sicché da alterare il loro benessere e compromettendo il loro sviluppo. Magari, potranno provare senso di impotenza per
l’incapacità nel fermare la violenza sulla loro madre, con conseguenti danni sul piano emotivo e cognitivo.
L’isolamento rappresenta la forma principale attraverso cui si manifesta la violenza domestica e sovente per le donne che la subiscono, l’unico momento disponibile per contattare i servizi di supporto a cui chiedere aiuto è quello in cui sono fuori casa ovvero, è fuori casa il maltrattante.

Purtroppo, questa convivenza forzata con i compagni, mariti e con figli in questo periodo, ha determinato la condizione di forte riduzione dei contatti esterni per cui ne è derivato, l’impedimento
alla richiesta di aiuto, dovuta alle oggettive difficoltà di contattare i servizi e della conseguente diminuzione delle denunce per maltrattamenti.

Fra i temi sin qui affrontati, occorre porre l’accento anche sulla “Violenza contro le donne disabili”,
che rischia di rimanere troppo spesso invisibile e che sono ancor più esposte alla violenza di genere.
Di fatto, questo aspetto è scarsamente considerato sia nelle politiche inerenti la violenza contro le donne, sia nelle politiche relative alle persone con disabilità.
Solo in rari, rarissimi casi, le Leggi in favore delle donne prendono in considerazione le donne con disabilità, e la legislazione a favore delle persone con disabilità , non considera il genere.
Le persone con disabilità sono sic et sempliciter “i disabili”. E ciò costituisce un vero e proprio disconoscimento dell’identità sessuata che rappresenta di per sé, una forma di violenza.

In questa sede si vuole rassicurare le donne del fatto che la Rete antiviolenza è presente, attiva ed in grado di supportarle in particolare in questo periodo difficile, in cui potranno continuare a ricevere consulenza, protezione e sostegno.
I Centri Antiviolenza nazionali, hanno adottato contromisure finalizzate a garantire la loro attività h24 e sette giorni su sette.
Altresì si vuol sensibilizzare il cittadino, ad aiutare una donna vittima di violenza domestica e i suoi figli vittime di violenza assistita e quindi, a contattare le forze dell’ordine nell’ipotesi in cui assistessero a casi di violenza.

Giova porre l’accento anche sul pregnante ruolo sociale assolto dagli avvocati in questo difficile e particolare contesto, laddove la violenza in famiglia è aumentata a dismisura.
Molti sono stati costretti con i Tribunali chiusi peraltro, ad incontrare le vittime in strada onde evitare di contattarle a casa, in presenza dei loro carnefici, tale da avviare un vero e proprio “pronto soccorso giuridico”.

In occasione della Giornata Internazionale della donna di quest’anno, anche il Parlamento Europeo ha
sottolineato la necessità di affrontare le diseguaglianze uomo/donna, ponendo l’accento sul ruolo
cruciale delle donne durante la crisi Covid-19 che sono state in prima linea nella lotta contro questa terribile pandemia, sia perché i continui lockdown hanno comportato un aumento dei casi di violenze domestiche che con riguardo anche alla loro presenza, ritenuta di fatto predominante nel settore sanitario.
Simbolo della lotta alla violenza di genere, sono sempre più numerose le panchine rosse che vengono posizionate in Italia in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Anche a Massa, in collaborazione con il Comune e la Provincia, prenderà corpo il progetto “Una panchina rossa in ogni frazione quale segno tangibile dell’impegno nel contrasto alla violenza contro le donne” ideato e promosso di Sonia Barosi in rappresentanza Del Comitato della Montagna Insieme, unitamente alla Rete antiviolenza Massa.
La prima panchina rossa per dire “no” alla violenza contro le donne e una piccola panchina bianca per non dimenticare gli orfani del femminicidio.

(in foto: la posa della banchina rossa a Massa)

08032021

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