VARESE – Ieri sembrava un deserto. E nessuno direbbe che il campo di mais nelle campagne tra Cuvio e Cuveglio, condotto da Marcello Gasperini, sia stato riseminato per ben tre volte: inutilmente, perché i cinghiali hanno vanificato ogni sforzo, invadendo il terreno per cibarsi dei chicchi di mais da cui germogliavano le piantine. Non ci sarà una quarta risemina, perché “fuori tempo massimo” e, soprattutto, perché “è palese, ormai, che sarebbe del tutto inutile, perché si ripeterebbe la stessa cosa” come ripete, scoraggiato, l’imprenditore agricolo.
Un’azienda modello: circa 200 capi di razza frisona, il cui latte è ogni giorno sulla tavola della colazione di migliaia di consumatori, base di una filiera che interessa un marchio di primario rilievo nazionale. Un “made in Italy” di qualità che vede la luce ai piedi delle prealpi ma che è minacciato da un problema finito fuori controllo: “I danni? Sono a quattro zeri. Solo per queste ultime incursioni, superiamo abbondantemente i 10-15 mila euro, considerando la necessità di riacquistare il seme, rieffettuare le operazioni in campo e, ora, l’acquisto di prodotto esterno con cui dovremo alimentare le bestie, dato che il nostro non basterà più”.
Ed è evidente, dato che il campo si presenta, per tre quarti, deserto: solo una minima parte si è salvata dal “banchetto” degli ungulati, e le piantine ormai cresciute di quasi un metro evidenziano ancor più le proporzioni del disastro circostante.
“Le semine?” racconta Gasperini – “La prima è stata intorno al 20 maggio, poi il 16 giugno e, infine, il 2 luglio. I cinghiali sono sempre entrati in campo a rovinare tutto, nemmeno i recinti elettrici li hanno dissuasi fermati. Li hanno semplicemente distrutti. E’ una situazione gravissima, che negli anni è peggiorata e che, durante il lockdown, ha avuto un’escalation inimmaginabile. Qui è diventato impossibile fare agricoltura”.
“Il territorio chiede azioni concrete e immediate” dichiara il presidente di Coldiretti Varese Fernando Fiori. “Va salvato il futuro dell’agricoltura, ormai i danni si ripetono con cadenza quotidiana da un capo all’altro della provincia. Contro gli attacchi continui e fuori controllo degli animali selvatici, appoggiamo la richiesta di cambiare la Legge 157 del 1992, che non dà più risposte agli agricoltori e ai cittadini. La sostenibilità si concretizza con la presenza dell’uomo sul territorio, non con l’invasione dei cinghiali e della fauna selvatica”.

“Dobbiamo dare risposte concrete a quanti oggi sono i veri custodi del territorio, ovvero gli agricoltori. Essi rischiano di veder messo in discussione il futuro delle loro imprese e, con esse, quello delle generazioni a venire. Non possiamo permetterlo: ciò che si chiede è la modifica di una legge a livello nazionale che, oggi, non permette ai territori di poter intervenire con tempestività nel prevenire i danni arrecati alle imprese”. Il livello di sconforto raggiunto dagli agricoltori – conclude Fiori – “è altissimo: le imprese vedono a rischio la possibilità stessa di poter proseguire l’attività agricola, ma anche di circolare sulle strade o nelle vicinanze dei centri abitati. Di fronte al moltiplicarsi dei danni provocati da cinghiali ed altri animali selvatici, gli agricoltori chiedono attenzione e coinvolgimento, ma anche un radicale “cambio di rotta” che, attraverso la lotta al fenomeno invasivo di questi animali, garantisca l’indispensabile presenza delle imprese agricole a tutela del territorio. Non è più possibile attendere oltre: ne va della sopravvivenza delle nostre imprese e, con esse, degli equilibri che governano l’ecosistema e l’economia del territorio, in pianura come nelle aree della fascia prealpina”.

10072020

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